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sabato 17 ottobre 2015

Legalizzazione cannabis. Dipartimento Uk del Tesoro: risparmi per milioni di sterline e nuovi introiti fiscali


Legalizzare la cannabis potrebbe far aumentare gli introiti fiscali di milioni di sterline e produrre notevole benessere al sistema della giustizia penale. Cosi' i risultati di una analisi privata commissionata dal ministero del Tesoro.
Nello studio viene valutato che la regolamentazione della cannabis, consumata da piu' di due milioni di persone l'anno scorso nel Regno Unito, puo' generare "notevoli introiti fiscali” e “portare grandi risparmi ai servizi pubblici”.
Lo studio del Tesoro, analizzato dal quotidiano The Independent, e' stato commissionato dall'ex-vice primo ministro Nick Clegg in occasione delle elezioni generali per aiutare il partito Liberaldemocratico a formulare una nuova politica sulle droghe se il partito stesso riuscira' ad affermarsi. In seguito alla vittoria di David Cameron alle elezioni generali, il Governo si e' opposto alle riforme sulle leggi di 40 anni fa in materia di droga, rifiutando un nuovo approccio nei confronti del consumo di cannabis.
Ma questa ricerca ufficiale fa appello al ministero del Tesoro, ai tribunali e al sistema carcerario facendo riferimento all'esempio di alcuni Paesi e alcuni Stati americani che hanno legalizzato e regolamentato le droghe.
Normal Lamb, portavoce per la sanita' del partito Liberaldemocratico, dice che lo studio -per la prima volta su iniziativa del Governo- si aggiunge alla gia' crescente evidenza che bisogna avere un nuovo approccio nei confronti della cannabis. E aggiunge: “Questo e' un importante contributo al dibattito per la riforma delle droghe e mostra come il Regno Unito puo' risparmiare nelle spese pubbliche e produrre introiti fiscali dal mercato regolamentato della cannabis, probabilmente per centinaia di milioni di sterline, alcuni dei quali potrebbero essere spesi per informare sui pericoli nell'uso delle droghe".
“Si stanno affermando i mercati della cannabis in diverse parti del mondo, e dovremmo cercare di imparare da queste esperienze. E' nostro compito spiegare ai sostenitori della situazione attuale perche' occorre non continuare a fronte di queste rilevanti evidenze”.
La ricerca fa riferimento ad uno studio dell'Institute for Social and Economic Reasearch (ISER) dell'Universita' di Essex, che ha calcolato un introito annuale tra 500 e 800 milioni di sterline per il Tesoro se la cannabis fosse trattata allo stesso modo del tabacco.
Il Dipartimento di George Osborne (ndr. attuale Cancelliere dello Scacchiere) valuta che regolamentando e tassando la cannabis si potrebbe generare “un notevole introito fiscale, anche se al di sotto delle previsioni di 0,5-0,8 miliardi di sterline fatto dall'ISER”.
Ma le forme potenti di cannabis, come la cosiddetta skunk, dovrebbero restare illegali e sotto i 18 anni dovrebbe essere vietato acquistare la droga come fossero delle sigarette.
Il Tesoro ha detto che le aliquote delle tasse dipenderebbero da quanti soldi il Governo vuole raccogliere rispetto a voler anche diminuire il consumo di cannabis. Anche l'Iva dovrebbe beneficiarne in caso di legalizzazione.
La ricerca conclude sostenendo che la legalizzazione avrebbe un basso impatto sui costi del Sistema Sanitario Nazionale. Ci sarebbero una serie di risparmi di 16 milioni su costi che oggi sono di 128 milioni di sterline.
Nel contempo si avrebbero risparmi tra 55 e 147 milioni di sterline all'anno per il sistema della giustizia criminale. Se le persone non fossero incriminate per il possesso di cannabis, si risparmierebbero 18 milioni di sterline per la polizia, 24 milioni per i tribunali, 9 milioni per le sentenze, 3 milioni per i servizi di liberta' vigilata e 2 milioni per le prigioni. Inoltre calerebbero i costi connessi ai piu' gravi reati per droga.
La ricerca del Tesoro conclude facendo notare che il consumo di cannabis non e' strettamente legato alla produttivita' degli adulti, anche se diversi studi a lungo termini hanno rilevato effetti deleteri sui minori di 16 anni. “C'e' un alto livello di incertezza” in materia, ma per la ricerca l'impatto negativo della legalizzazione sulla produttivita' economica “sarebbe molto vicino ad un basso range, tra 0 e 3 miliardi di sterline”.
In un dibattito ai Comuni sulle legislazione in materia di cannabis, l'ex.ministro Conservatore del Governo Peter Lilley, ha detto che la cannabis potrebbe essere anche legalizzata ed essere utilizzata a fini terapeutici: “Anche la Regina Vittoria avrebbe usato la cannabis per alleviare i dolori mestruali, e se lo ha fatto la Regina, sicuramente si puo' pensare ad una maggiore disponibilita'”. Ed ha aggiunto: “Il divieto della cannabis spinge i consumatori di droghe leggere tra le braccia degli spacciatori di droghe pesanti. Solo istituendo dei luoghi legali per la cannabis possiamo evitare i contatti tra i consumatori di cannabis e gli spacciatori di cocaina, crack ed eroina”.

(articolo di Nigel Morris pubblicato sul quotidiano The Independent del 13/10/2015) 

ADUC: Legalizzazione cannabis. Dipartimento Uk del Tesoro: risparmi per milioni di sterline e nuovi introiti fiscali

venerdì 16 ottobre 2015

Where the Women Executives Are: The Marijuana Industry

A new survey finds that 36 percent of executive positions in legal pot businesses are held by women, a considerably higher level than the average for U.S. businesses.


 Staff writer, Inc.@WillYakowiczBY WILL YAKOWICZ 


The number of women in executive positions in the legal marijuana industry is far greater than the average for other businesses in the United States.

According to a new survey by Marijuana Business Daily, women hold 36 percent of leadership positions--owner/founder, CEO, or president--across the cannabis industry. The average for all U.S. companies is just 22 percent, according to Pew Research.

When broken down by sector, the numbers get interesting. Testing labs had the highest level of women executives, at 63 percent. The sector with the lowest level was investment firms, with 28 percent.

The good news is that even though the percentage of women leaders in investment firms is low for the pot industry, it still is higher than average compared with other U.S. businesses. The bad news, according to the survey, is that one out of four cannabis companies have no female executives at all.

See the infographic below for more details, and check out Inc.'s coverage of female entrepreneurs in the marijuana industry.


Where the Women Executives Are: The Marijuana Industry

mercoledì 14 ottobre 2015

Cannabis, imprenditore più ricco al mondo: “Legalizzazione è giustizia sociale”

di Davide Turrini

In un libro autobiografico Steve De Angelo, a capo dell'Harborside Health Center di Oakland con 130 dipendenti, parla di 40 anni di attivismo per i diritti civili negli Stati Uniti: "Chi fuma e coltiva marijuana, soprattutto se nero, finisce in cella più spesso di chi compie crimini violenti. E per i contribuenti sono spese folli: 750 dollari ogni arresto per 3,6 miliardi all'anno". Il futuro? "Un massiccio commercio interstatale di cannabis nella costa Ovest"



“La legalizzazione della cannabis significa giustizia sociale”. Parola di Steve DeAngelo, l’imprenditore californiano di marijuana di maggiore successo negli Usa che racconta in un libro autobiografico (The Cannabis Manifesto – A New paradigm of wellness) la sua avventura aziendale e un’intera vita passata sulle barricate della controcultura Usa.


Dal 2006 il 57enne attivista di diritti civili, elegante ed impegnata icona pop al sentore dolciastro di marijuana, è a capo del dispensario medico di cannabis più grande al mondo. Si tratta del Harborside Health Center di Oakland, in California, dove la marijuana è legale per fini terapeutici dal 1996. L’azienda di DeAngelo da allora ha aggiunto un altro ambulatorio/piantagione a San Jose, e in tutto tiene a libro paga più di 130 dipendenti con un giro d’affari da oltre 94.000 clienti.

“A volte mi chiedo perché ho passato la vita a sostenere ogni tipo di riforma nell’ambito della cannabis invece di lavorare, che so, su questioni più urgenti come il cambiamento climatico, l’estinzione della specie, le armi nucleari”, spiega DeAngelo nelle prime pagine della sua biografia. “La risposta breve, e più semplice, è che mi sono innamorato della pianta di cannabis quand’ero adolescente, ma ho sempre odiato essere definito e trattato da criminale. C’erano solo due vie d’uscita quindi: dimenticare la cannabis, o cambiare le leggi in materia. La legalizzazione della cannabis è diventata così un requisito indispensabile per la mia felicità personale. La risposta lunga, invece, è che tutta la mia vita è stata animata da una dedizione alla giustizia sociale in un modo o nell’altro, e la fine del proibizionismo significava intersecare tutte le altre cause di giustizia sociale, dai diritti civili all’ambiente, che ho sostenuto negli anni”.


DeAngelo era già sulle barricate quando appena quattordicenne urlava la sua contrarietà alla guerra in Vietnam. Disobbedienza civile in Pennsylvania Avenue di fronte alla Casa Bianca con i lacrimogeni, gli zoccoli dei cavalli e i manganelli dei poliziotti che martellavano zigomi, braccia e anche del futuro re delle ‘canne’. “Tra i combattimenti di strada ho studiato. E sempre lì ho imparato a conoscere la porta girevole del Pentagono dove entravano e uscivano i grandi appaltatori della difesa statunitense, ma è stata la militarizzazione della guerra governativa contro la droga a definire la mia vita futura”.

Nel mirino di DeAngelo c’è la privatizzazione del sistema carcerario, ma soprattutto il profitto immenso che ne hanno tratto i grandi gruppi industriali che hanno investito in esso: “Rendiamoci conto che un reato di violenza si verifica negli Stati Uniti ogni ventisei secondi negli Stati Uniti, ma invece di arrestare chi commette crimini violenti ogni anno vengono arrestate ben più persone con l’accusa di possedere e fumare marijuana. Ogni arresto per cannabis costa ai contribuenti un minimo di 750 dollari, per un costo annuo stimato di 3,6 miliardi. Ma vi sembra logico tutto ciò?”. Ed è qui che secondo DeAngelo si incrocia il privato con la dimensione pubblica delle battaglie per i diritti civili: i neri sono i più vessati, fermati pregiudizialmente prima dei bianchi, e arrestati comunque, proprio come è successo nel caso di uno dei dipendenti dell’Harborside Helph, caso di cronaca dettagliato e citato nel libro, mentre aiutava un paziente ad assumere cannabis.

E DeAngelo a proprio favore cita proprio il tasso di criminalità quasi azzerato nel quartiere di Oakland dove ha sede il suo dispensario medico: “In un autorevole studio della RAND Corporation 2011 si è scoperto che i dispensari e i coltivatori di cannabis in California hanno fatto talmente bene il loro lavoro che è stato quasi impossibile per i cartelli messicani vendere nel nostro stato la loro merce, più economica, ma di pessima qualità”. La lotta dell’uomo con le treccine e una cannetta perennemente accesa in mano non finisce di certo a Oakland. E’ ora che tutti gli Stati Uniti legalizzino la marijuana (solo 23 stati hanno approvato normative che permettono l’uso per motivi terapeutici, mentre in Colorado, Washington, Alaska, Oregon e Washington D.C. è stata legalizzata a scopo ricreativo ndr): “La California ha il microclima ideale per la coltivazione, probabilmente più di qualsiasi altra parte del mondo, e certamente è il miglior luogo possibile negli Stati Uniti. Ma do comunque un’occhiata allo sviluppo del business negli altri stati Usa e in tutto il mondo. Seguo con più attenzione ciò che succede negli stati confinanti con la California: l’Oregon e il Nevada. Guardo avanti per il giorno in cui avremo il primo massiccio stato regionale per il commercio di cannabis interstatale. Speriamo che accadrà presto qui sulla costa Ovest”.

lunedì 12 ottobre 2015

CANNABIS LEGALE, ITALIA PRONTA DAL ’93 MA PER ALCUNI È SOLO UN DIRITTO IN PIÙ DA NEGARE

La cannabis legale e i dubbi di chi difende, in modo anche velato, un proibizionismo sconfitto dalla storia.


Nei giorni in cui sta sviluppandosi nelle sedi parlamentari il progetto di legge antiproibizionista sulla cannabis, voluto dall’Intergruppo fondato da Benedetto Della Vedova, stanno emergendo (come anche giusto che sia) alcune voci contrarie o perplesse, verso la legalizzazione delle droghe leggere. Da argomentazioni che potremmo definire ‘benaltriste’, passando per dubbi di tipo sociologico e le immancabili disamine economiche volte a frenare gli entusiasmi per il gettito fiscale. Comunque la si guardi, appare chiaro che per tanti politici e personaggi pubblici italiani è ancora inconcepibile considerare l’estensione dei diritti civili, una ricchezza e una risorsa in quanto tale. Il popolo, sul tema delle droghe leggere legali, è pronto da almeno 22 anni, ovvero dal referendum proposto dai Radicali in cui si chiedeva la depenalizzazione dei reati connessi all'uso personale della cannabis e dei suoi derivati. Il popolo accolse tale istanza ma la politica ha sistematicamente ignorato tutto ciò.


Il ‘benaltrismo’
La frase 'Ai giovani serve un lavoro e non una canna’ è come un mantra per chi, a partire da Giorgia Meloni, si ricorda sempre della questione occupazionale ogniqualvolta ci sono in ballo i diritti civili. Siano questi appannaggio degli omosessuali, dei malati che chiedono l’eutanasia o dei consumatori di cannabis. Forse ci si dimentica che la legalizzazione permetterebbe l’avvio di attività fino ad oggi proibite fornendo una (pur minima) risposta a chi vuole mettersi in gioco nel settore. Inoltre, non è chiaro come la legalizzazione mini gli interessi di lavoratori e disoccupati ai quali sono deputati a pensare ministri, sottosegretari e responsabili dei partiti, tutti ‘specialisti’.

Legalizzazione è maggiore sicurezza
Vi sono poi derive di tipo sociologico, come chi prefigura chissà quale caos generato dall’apertura di locali in cui acquistare cannabis, che appaiono fuori luogo se si considera che le droghe (anche pesanti) sono di fatto già ‘libere’ in quanto facilmente reperibili sul mercato nero. L’emersione del fenomeno porterebbe tante persone ‘normali’ che consumano cannabis, a usufruire di canali legali e senza rischi per la salute visto che la legalizzazione garantirebbe prodotti di maggior qualità. Le intemperanze di pochi non finirebbero per inficiare la bontà di un progetto che libererebbe dal giogo repressivo (anche solo potenziale) milioni di consumatori che non possono essere, evidentemente, tutte teste calde. Gli esempi dei coffee-shop olandesi, dei cannabis club spagnoli, dei bar cechi e dei dispensari americani sono lì a dimostrarlo e nelle province dell’Olanda dove tali locali erano stati proibiti ai turisti, è stato necessario tornare indietro per evitare scene che nelle nostre città proibizioniste sono la quotidianità: arresti, violenza e spaccio in strada, ovvero fenomeni riazzerabili solo con la legalizzazione.

L’economia non è tutto
C’è chi ha messo in dubbio l’efficacia della legalizzazione da un punto di vista economico, sottostimando il gettito fiscale e gli introiti generati. Senza entrare nel merito di cifre opinabili perché stime riguardanti un traffico che neppure dovrebbe esistere, è sufficiente utilizzare le parole di Benedetto Della Vedova che, su Linkiesta, ha spiegato come il versante economico non sia la causa del provvedimento ma una sua conseguenza. I diritti, insomma, sono già un valore in sè perché, per dirla all’americana, generano felicità. E pazienza se questa non è nelle rilevazioni economiche.

sabato 10 ottobre 2015

Fermento antiproibizionista

La proposta di legge sulla legalizzazione, sottoscritta ormai da oltre 270 parlamentari, è stata inserita per la prima volta nel calendario trimestrale dei lavori di palazzo Montecitorio. Si spera dunque che, entro fine anno, inizi una discussione “vera” all’interno della Camera. Certamente la strada è ancora tutta in salita e, non prima del 2016, sapremo se finalmente anche l’Italia imboccherà la via della legalizzazione, già presa da diversi Paesi nel mondo, felici per aver abbandonato l’obsoleto proibizionismo.
Vediamo infatti che, in tutti quegli Stati in cui è stato deciso di passare dal divieto alla regolamentazione, sono aumentati moltissimo gli introiti fiscali grazie alla tassazione della cannabis: Washington, che ha legalizzato la marijuana lo scorso luglio, si aspetta di incassare oltre 600 milioni di dollari entro il 2019. Negli Stati dove è stata resa legale, è diminuita la disoccupazione con la nascita di centinaia di attività legate alla produzione, alla lavorazione e alla trasformazione dei derivati psicoattivi e terapeutici della canapa. Tali notizie non sono certamente pervenute a Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che chiede alla maggioranza di occuparsi del lavoro dei giovani e non di dare loro “canne”, ignorando totalmente le conseguenze economiche positive già registrate oltreoceano, e quelle di cui beneficia la vicinissima Amsterdam che ha ormai fatto dell’erba la sua attrattiva turistica principale.
Inoltre, dove la cannabis è stata legalizzata, sono diminuiti gli incidenti stradali e i crimini violenti. Questa ultima conseguenza, impensabile per i proibizionisti che erano fermamente convinti di vedere naufragare l’intera società una volta legalizzata la cannabis, ha interessato moltissimi studiosi che hanno iniziato a formulare ipotesi sul perché ciò stia avvenendo. Una delle teorie più accreditate, che sembra confermata dalla riduzione della vendita degli alcolici, è che la gente preferisce fumare cannabis che bere alcol e, mentre l’alcol è una droga eccitante che fa aumentare l’aggressività, la cannabis invece seda; attenuando gli istinti più violenti.
Forza Italia, con Luca Squeri, chiede che il Parlamento si occupi di cose “serie”, come se togliere la principale fonte di guadagno alla criminalità organizzata non sia una priorità. Attualmente il proibizionismo garantisce il monopolio della vendita di cannabis alle narcomafie che fanno affari d’oro. Questo è riconosciuto anche dall’unione europea che impone di inserire i proventi dello spaccio di stupefacenti nel calcolo del PIL (Il Pil misura tutta l’attività economica, sia dichiarata che sommersa), nonostante dallo spaccio di stupefacenti le casse dello Stato non guadagnino nulla ma, anzi, spendono immense somme per tentare quella repressione palesemente fallimentare: siamo tra i primi paesi al mondo per consumo di cannabis, e anche il Dipartimento Nazionale Antimafia ha riconosciuto l’esito negativo delle politiche proibizioniste.
Gasparri dichiara che, chi vuol legalizzare la droga, è responsabile delle vite stroncate. In tale affermazione si evince il totale distacco dalla realtà: le morti per consumo di droghe illegali sono principalmente dovuto all’uso di sostanze tagliate male. La preparazione di queste droghe avviene in ambienti tutt’altro che igienici e privi di ogni controllo. Inoltre nessuno monitorizza il consumo di tali sostanze e l’acquirente ne può trovare quanta ne vuole. Regolamentare l’uso di droga porterebbe inevitabilmente a controlli serrati nelle preparazioni, e a limiti nell’acquisto imposti per legge. Le dichiarazioni di Gasparri sembrano inoltre ignorare i morti per uso di tabacco ed alcol, ancora pubblicizzati, con pochissime campagne di dissuasione al consumo e nessuna campagna informativa al fine di educare all’uso responsabile di certe sostanze. Vorrei inoltre poter informare Gasparri che non è mai stata registrata una sola morte per uso o abuso di cannabis al mondo.
Salvini, favorevole alla legalizzazione della prostituzione, si dichiara contrario alla legalizzazione della cannabis perché “fa male”. Logicamente sorvolo sul tale preistorico pensiero.
Non commento inoltre le dichiarazione dei soliti parassiti responsabili di gravissimi danni al Paese che, ancora aggrappati alle poltrone in Parlamento, persistono sfacciatamente esprimendo il loro stupido pensiero in dichiarazioni riportate da giornali e TV schiavi di regime.
Nell’attesa che i nostri rappresentanti politici discutano e votino la proposta di legge, noi cittadini abbiamo la possibilità di esprimere il nostro parere. Questa volta non si tratta del solito referendum, ma di una richiesta di “autorizzazione alla coltivazione”. L’iniziativa, proposta in un blog il 12 agosto scorso, rappresenta una strada pacifica a sostegno della legalizzazione della cannabis. Nel blog si invitano gli antiproibizionisti a chiedere in massa l’autorizzazione a coltivare cannabis, inclusa nel dpr 309/90 che prevede il rilascio dell’autorizzazione alla coltivazione e ne norma la produzione, la vendita, la distribuzione. Per presentare tale richiesta è previsto il termine del 31 ottobre (art 32 comma 1 dpr 309/90).
Trovate tutte le specifiche al seguente link, dove è anche spiegato come fare richiesta al Ministero: http://scrivialtuodirettore.blogspot.it/2015/08/chiediamo-l-autorizzazione-alla.html?m=1
Sicuramente tali richieste saranno negate ma, se il numero di tali domande sarà elevatissimo, daremo un segnale forte su quella che è la volontà popolare.
Continuando a sognare la legalizzazione, ne iniziamo a vedere la forma e sentire l’odore.
Giuseppe Nicosia – ASCIA
Ulteriori informazioni:

Fermento antiproibizionista

giovedì 8 ottobre 2015

Lettera UNGASS per Presidente del Consiglio

Quale gruppo di associazioni italiane che lavorano nel campo della politica delle droghe e della
dipendenza, vogliamo avviare un confronto in merito alla prossima Assemblea Generale delle
Nazioni Unite sulle Droghe (Ungass), che si terrà a New York nell’aprile 2016.
Innanzitutto, ci preme sottolineare la straordinarietà di questo evento. La scadenza naturale per la
convocazione dell’Assemblea Generale speciale sulle droghe era originariamente il 2019. Come si
ricorderà, Ungass è stata anticipata di tre anni dietro la spinta di alcuni paesi: in particolare
Messico, Guatemala e Colombia, che, sulla base della drammatica situazione vissuta dai loro paesi,
hanno chiesto esplicitamente un dibattito a tutto campo, per valutare con serietà le scelte politiche
in materia di droga fatte a suo tempo ed esaminare tutte le possibili alternative. Questa linea è
peraltro stata condivisa dal segretario generale Onu, Ban Ki Moon, quando ha sollecitato un full and
honest debate.
Per questa ragione, chiediamo che Ungass 2016 non si risolva con una dichiarazione finale che
riaffermi l’obiettivo di “eliminare o significativamente ridurre l’offerta e la domanda di droga entro
dieci anni”, in continuità con la dichiarazione dell’Assemblea Generale del 1998 (poi riconfermata
e spostata avanti di altri dieci anni nel 2009). Non solo per il carattere irrealistico e retorico di tale
obiettivo, ma anche perché l’esperienza di Ungass 1998 insegna che l’enfasi sulla “eliminazione” e
sullo “sradicamento” della droga ha spinto a strategie aggressive di sradicamento delle coltivazioni
illegali nei paesi produttori, con conseguenze nefaste per i territori e le popolazioni più povere. Lo
stesso approccio, nei paesi cosiddetti consumatori, ha portato a concentrare la maggior parte delle
risorse sulla risposta penale, a scapito delle risposte sociosanitarie.
Peraltro, sollecitano a un confronto a tutto campo anche i cambiamenti che stanno avvenendo in
diverse parti del mondo: lo sviluppo di nuove strategie sociosanitarie di riduzione del danno, le
innovazioni legislative di decriminalizzazione dell’uso personale di droga, le sperimentazioni di
regolamentazione legale della cannabis in Uruguay e alcuni stati Usa, la legalizzazione della foglia
di coca in Bolivia. E’ necessario che queste innovazioni siano discusse nella sede di Ungass 2016,
con un occhio alla cornice dei trattati internazionali. Se Ungass 2016 fallisse questo compito, ciò si
tradurrebbe in una perdita di autorevolezza delle istituzioni internazionali. Avanziamo perciò una
proposta precisa: l’Italia sostenga la creazione di un gruppo consultivo di esperti (expert advisory
group), con il compito di esaminare le questioni più scottanti e di stilare raccomandazioni in merito.
Il gruppo consultivo dovrebbe concentrarsi sul rapporto fra i mutamenti in atto e il meccanismo dei
trattati; sull’interscambio fra le diverse agenzie Onu che a vario titolo sono coinvolte nella
questione droga; sul corretto funzionamento del sistema di classificazione delle droghe. Un gruppo
consultivo di questo genere ha dei precedenti, l’ultimo dei quali proprio in occasione di Ungass
1998.
Pensiamo che l’Italia possa contribuire significativamente al confronto in sede internazionale,
specie guardando all’innovazione legislativa del 2014, quando la Corte Costituzionale ha abrogato
gran parte della legge antidroga del 2006. In particolare, sono state abolite le norme che avevano
portato a un considerevole inasprimento delle pene per i reati di cannabis, ed è stato ripristinato il
testo della legge del 1990, con la depenalizzazione del consumo personale per tutte le droghe così
come stabilita dal referendum popolare del 1993. A partire da un’attenta valutazione di esperienze
così diverse, l’Italia può dunque portare una riflessione sull’impatto di diversi orientamenti penali
in tema di droga sui sistemi della giustizia e del carcere. Anche su altri temi chiave, come il
rapporto fra Droghe e salute e Droghe e Diritti Umani, l’Italia può avere un ruolo, riprendendo una
tradizione democratica, umanitaria, di solidarietà sociale: pronunciandosi per un riequilibrio delle
politiche a favore del versante sociosanitario, con particolare attenzione alla riduzione del danno; e
battendosi per l’eliminazione di tutte le pratiche contrarie alla dignità umana e per l’abolizione della
pena di morte per i reati di droga.
Infine un’ultima raccomandazione, ma di fondamentale importanza: in un dibattito onesto ed
esauriente non può mancare la voce della società civile. Chiediamo perciò che, a partire dalla
Conferenza nazionale finalmente in preparazione, siano coinvolte appieno le Ong, i consumatori di
droga, gli utenti dei servizi per le dipendenze. Peraltro la partecipazione di questi soggetti
all’elaborazione delle politiche nazionali e internazionali è richiesta dalla stessa Strategia sulle
droghe dell’Unione Europea 2013-2020, che l’Italia ha sottoscritta. Allo stesso tempo, sollecitiamo
anche il coinvolgimento di tutte le agenzie Onu che insistono sul problema droga, dalla Oms,
all’Unaids, allo Undp, oltre alla Unodc.
Abbiamo scelto questo momento per precisare le nostre richieste al governo e alle istituzioni
italiane perché questo mese di settembre rappresenta una tappa importante nella scelta degli
orientamenti di Ungass 2016. E’ comunque nostra intenzione continuare l’opera di advocacy per
tutta la fase di preparazione dell’evento.

Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe
Grazia Zuffa, Forum Droghe
Stefano Anastasia, Presidente de La Società della Ragione
Stefano Cecconi, Cgil nazionale
Maurizio Coletti, Presidente Itaca Italia
Riccardo De Facci, Vice Presidente del Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone
Leopoldo Grosso, Portavoce del “Cartello di Genova” e Presidente onorario del Gruppo Abele
Pino di Pino, Itardd (Rete Italiana Riduzione del Danno)
Alessandro Metz, Legacoop sociali
Massimo Oldrini, Presidente Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids)
Marco Perduca, Membro di Giunta dell’Associazione Luca Coscioni
Fabio Scaltritti, Presidente Associazione Comunità San Benedetto al porto

Forum Droghe: Lettera UNGASS per Presidente del Consiglio

martedì 6 ottobre 2015

Congress quietly ends federal government’s ban on medical marijuana

Under a provision in the spending bill passed by Congress over the weekend, states where medical marijuana is legal would no longer need to worry about federal drug agents raiding retail operations. Agents would be prohibited from doing so. (Robert F. Bukaty / Associated Press)


Tucked deep inside the 1,603-page federal spending measure is a provision that effectively ends the federal government’s prohibition on medical marijuana and signals a major shift in drug policy.

The bill’s passage over the weekend marks the first time Congress has approved nationally significant legislation backed by legalization advocates. It brings almost to a close two decades of tension between the states and Washington over medical use of marijuana.

Under the provision, states where medical pot is legal would no longer need to worry about federal drug agents raiding retail operations. Agents would be prohibited from doing so.

The Obama administration has largely followed that rule since last year as a matter of policy. But the measure approved as part of the spending bill, which President Obama plans to sign this week, will codify it as a matter of law.

Bloomberg’s Olivia Sterns reports on the New York Times’ advocacy of the legalization of marijuana.

Pot advocates had lobbied Congress to embrace the administration’s policy, which they warned was vulnerable to revision under a less tolerant future administration
.More important, from the standpoint of activists, Congress’ action marked the emergence of a new alliance in marijuana politics: Republicans are taking a prominent role in backing states’ right to allow use of a drug the federal government still officially classifies as more dangerous than cocaine.

“This is a victory for so many,” said the measure’s coauthor, Republican Rep. Dana Rohrabacher of Costa Mesa. The measure’s approval, he said, represents “the first time in decades that the federal government has curtailed its oppressive prohibition of marijuana.

The war on medical marijuana is over. Now the fight moves on to legalization of all marijuana.– Bill Piper, a lobbyist with the Drug Policy Alliance

By now, 32 states and the District of Columbia have legalized pot or its ingredients to treat ailments, a movement that began in the 1990s. Even back then, some states had been approving broader decriminalization measures for two decades.

The medical marijuana movement has picked up considerable momentum in recent years. The Drug Enforcement Administration, however, continues to place marijuana in the most dangerous category of narcotics, with no accepted medical use.

Congress for years had resisted calls to allow states to chart their own path on pot. The marijuana measure, which forbids the federal government from using any of its resources to impede state medical marijuana laws, was previously rejected half a dozen times. When Washington, D.C., voters approved medical marijuana in 1998, Congress used its authority over the city’s affairs to block the law from taking effect for 11 years.

Even as Congress has shifted ground on medical marijuana, lawmakers remain uneasy about full legalization. A separate amendment to the spending package, tacked on at the behest of anti-marijuana crusader Rep. Andy Harris (R-Md.), will jeopardize the legalization of recreational pot in Washington, D.C., which voters approved last month.

Marijuana proponents nonetheless said they felt more confident than ever that Congress was drifting toward their point of view.

“The war on medical marijuana is over,” said Bill Piper, a lobbyist with the Drug Policy Alliance, who called the move historic.
“Now the fight moves on to legalization of all marijuana,” he said. “This is the strongest signal we have received from Congress [that] the politics have really shifted. … Congress has been slow to catch up with the states and American people, but it is catching up.”

The measure, which Rohrabacher championed with Rep. Sam Farr, a Democrat from Carmel, had the support of large numbers of Democrats for years. Enough Republicans joined them this year to put it over the top. When the House first passed the measure earlier this year, 49 Republicans voted aye.

Some Republicans are pivoting off their traditional anti-drug platform at a time when most voters live in states where medical marijuana is legal, in many cases as a result of ballot measures.

Polls show that while Republican voters are far less likely than the broader public to support outright legalization, they favor allowing marijuana for medical use by a commanding majority. Legalization also has great appeal to millennials, a demographic group with which Republicans are aggressively trying to make inroads.

Approval of the pot measure comes after the Obama administration directed federal prosecutors last year to stop enforcing drug laws that contradict state marijuana policies. Since then, federal raids of marijuana merchants and growers who are operating legally in their states have been limited to those accused of other violations, such as money laundering.

“The federal government should never get in between patients and their medicine,” said Rep. Barbara Lee (D-Oakland).

evan.halper@latimes.com

Twitter: @evanhalper


Congress quietly ends federal government’s ban on medical marijuana

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