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venerdì 18 settembre 2015

Illegittima l'esclusione di Rita Bernardini Garante dei Detenuti abruzzesi: abbiamo presentato ricorso al Tar

Dichiarazione dell'avv. Vincenzo Di Nanna - Segretario di Amnistia, Giustizia e Libertà Abruzzi:
"L'esclusione della candidatura di Rita Bernardini a ricoprire la carica di Garante dei Detenuti abruzzesi è illegittima: abbiamo presentato ricorso al Tar". Lo dichiara l'avv. Vincenzo Di Nanna, segretario di Amnistia, Giustizia e Libertà Abruzzi.
"Oltre alla palese violazione della legge Severino, è stata infatti invasa la sfera di competenza del Consiglio Regionale, a cui spettava, in via esclusiva, il compito di deliberare sull'ammissibilità o meno della candidatura: ci troviamo invece davanti a una decisione politica che è stata presa per via amministrativa. Pertanto, insieme agli avvocati Paolo Mazzotta e Giuseppe Rossodivita abbiamo deciso d'impugnare il respingimento della candidatura, fermo restando che ci auguriamo sia la stessa Amministrazione Regionale a riammetterla in autotutela. La Regione darebbe così un grande segnale in un momento drammatico per le condizioni delle carceri italiane, riparando a questo grave precedente con un primo passo che indichi invece la volontà di cominciare a provvedere a una situazione inaccettabile per l'Italia intera, come ricordato da papa Francesco nella sua richiesta di un provvedimento di clemenza".
"Il curriculum di Rita Bernardini è infatti ineguagliabile non solo per la sua straordinaria competenza ed esperienza, ma anche per via della sua continua e diretta vicinanza alle problematiche dei detenuti afflitti dalla illegalità in cui vertono loro malgrado gli istituti di pena in un paese che, come sottolinea instancabilmente Marco Pannella, è in flagranza di reato contro i diritti umani più basilari. Correggere autonomamente l'illegittimità della esclusione dell'on. Bernardini sarebbe quindi un atto politico in controtendenza e un modo, una volta tanto, di 'essere speranza' a fianco dei Radicali. Nel frattempo, dalla mezzanotte di ieri, la candidata esclusa ha intrapreso uno sciopero della fame dopo l'ennesimo tentato suicidio in un istituto di pena, questa volta a Modena, dove un detenuto che soffre di problemi mentali si trova attualmente in coma: il suo legale aveva presentato ripetutamente istanza di scarcerazione, ma non ha ricevuto risposta in quanto l'ufficio di sorveglianza si trova da due anni sprovvisto del giudice previsto in organico".


Illegittima l'esclusione di Rita Bernardini Garante dei Detenuti abruzzesi: abbiamo presentato ricorso al Tar

martedì 4 settembre 2012

Dimettere Serpelloni subito

Egregio Ministro Riccardi,

E' neccessario iniziare a trattare il tema della legalizzazione della cannabis e la rivisitazione delle politiche sulle tossicodipendenze. A questo proposito rinnovo con vigore la richiesta di dimissioni del dott Serpelloni a capo del DPA (acronimo che dovrebbe indicare, più appropriatamente, il dipartimento per la propaganda antidroga, piutosto che le poltiche antidroga), e di dismissione di tale organo istituzionale, in quanto inadeguato ad un dialogo su politiche alternative alla proibizione delle sostanze stupefacenti. I documenti pubblicati e firmati dal consiglio dei ministri sulla posizione Italiana nelle politiche per il contrasto della diffusione degli stupefacenti, sono documenti di mera propaganda, totalmente fuorvianti, sempre contraddittori che negano a priori qualsiasi politica che preveda forme alternative alla proibizione delle sostanze stupefacenti illegali per pregiudizio.
E' "stupefacente" come il consiglio dei ministri abbia approvato simili documenti basati su opinioni personali ed una visione "etica" delle politiche sulle sostanze psicotrope illegali, che porta ad una negazione di risultati scientifici, economici e sociali, negando l' esistenza di studi, ricerche, esperienze storiche, mistificando il fallimento planetario delle politiche di proibizione sulle droghe.
Ma veniamo ai documenti approvati dal consiglio dei ministri, che portano le firme del dott. Giovanni Serpelloni e dell' onorevole Carlo Giovanardi.
"Le ragioni del perchè NO alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti" è un documento deviato, incoerente, dannoso, che già nel titolo evidenzia la totale chiusura ad un dialogo, quello che invece sarebbe neccessario al fine di ridurre la diffusione di sostanze stupefacenti. Viene fatto un elenco di ben 16 punti di argomentazioni contro la legalizzazione di qualsiasi sostanza stupefacente, ma la cosa che più risalta è il notevole sforzo di stigmatizzare il consumo di cannabis e allo stesso tempo negare questa stigmatizzazione, che al contrario viene considerata un valore deterrente nell' utilizzo delle sostanze stupefacenti e rinominata  "disapprovazione sociale".

"Quindi la disapprovazione sociale dell’uso delle droghe e dell’abuso alcolico, esplicitata anche attraverso una chiara legge sanzionatoria,è di fondamentale importanza ed è in grado di condizionare positivamente la maggior parte dei giovani nel loro stile di vita e nel comportamento di assunzione."

Questo è proprio uno dei punti centrali della politica del duo Giovanardi-Serpelloni. Criminalizzare il consumatore, paragonandolo ad un complice della malavita organizzata, negando qualsiasi responsabilità legislativa (legata al decreto Fini Giovanardi) all' incarcerazione di semplici tossicodipendenti, o alla morte di persone incarcerate per uso di stupefacenti.

"Soprattutto i giovani, quindi, devono essere resi consapevoli che il denaro che viene messo nelle mani ad uno spacciatore è esclusivamente sotto la responsabilità di chi glielo dà. Non c'è nessuna giustificazione né morale, né sociale, né legislativa che può assolvere o giustificare tale gesto che ricade unicamente nell’ambito della responsabilità individuale."

"Nessuna persona tossicodipendente è stata arrestata semplicemente per aver usato sostanze stupefacenti, ma sempre e solo in relazione alla violazione delle leggi che puniscono penalmente il traffico, lo spaccio, la coltivazione illegale, ecc. di sostanze stupefacenti, oltre che altre violazioni delle altre leggi non in relazione con le droghe."

E' giusto menzionare i "successi" del decreto fini giovanardi ricordando le morti in carcere di Bianzino, Aldrovandi, Cucchi, Mercuriali, Schiano, Ales e tutte le altre persone decedute in carcere a seguito di arresti per uso di sostanze stupefacenti o a causa della "disapprovazione sociale" fatta passare con il decreto Fini-Giovanardi.

L' introduzione al documento "Le ragioni del perchè NO alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti" recita:

"la legislazione (pro legalizzazione o sanzionatoria dell’uso) è solo una (e probabilmente non la più importante) delle componenti in grado di influenzare l’andamento del fenomeno nel suo complesso."

Se la legislazione non è così importante nell' influenzare l' andamento del consumo delle sostanze stpefacenti, come mai è presente un così forte rifiuto nel discutere una legalizzazione della cannabis? Allora perchè si richiama la necessità di una esplicitazione sanzionatoria nella legge, se la legislazione non è in grado di influenzare la  diffusione di stupefacenti e perchè la si ritiene allo stesso tempo "di fondamentale importanza"? O la legislazione influenza i costumi oppure non è influente, di certo non può essere entrambe le cose.

Le contraddizioni in questo documento si sprecano. Sempre l' introduzione al documento citato continua:

"Molto più rilevanti infatti risultano le azioni correlate alla legislazione e cioè gli interventi e l’organizzazione generale costruibile e sostenibile che dovrebbero stare attorno a queste due scelte diametralmente opposte (proibizionismo e antiproibizionismo ndr), valutando nel complesso quindi anche il loro costo, la loro sostenibilità reale, la loro accettabilità sociale, l’organizzazione sanitaria e di controllo legale necessarie per mantenere nel tempo tali scelte, la reale efficacia nel medio lungo termine sui consumi e una attenta valutazione su tutto ciò che comporta il sostenere scelte ad alto impatto sociale e sanitario di questo tipo, con un’ ottica che non può essere di breve termine ma necessariamente di lungo termine."

Il secondo documento che porta la firma del direttore del DPA e di Giovanardi riguarda la "posizione italiana contro l' uso di droghe". Ed ecco cosa realmente si pensa della valutazione delle politiche proibizioniste e antiproibizioniste:

"Le prove di efficacia (evidence based approach) cosi come le analisi economiche di costo beneficio e costo efficacia, non possono da sole bastare a giustificare la scelte strategico-politiche di programmazione sanitaria per la prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie quali la dipendenza da sostanze. Queste scelte devono essere basate, oltre che sulle evidenze scientifiche, anche su criteri di tipo etico e cioè sulla necessità di assicurare il totale rispetto dei principi di solidarietà sociale, di legalità, di conservazione del diritto umano di avere cure adeguate a raggiungere e mantenere il massimo grado possibile di una vita dignitosa, socialmente integrata e libera da sofferenze."

Ecco che entra in gioco una visione soggettiva etica di ciò che è giusto operare a prescindere dall' oggettività dei dati. Infatti:

"Nessuna opzione che preveda la possibilità (regolamentata o no) di un aumento della disponibilità di sostanze stupefacente (e quindi in grado di far aumentare il numero dei consumatori e delle persone con evoluzione verso forme di addiction) può essere eticamente e socialmente accettabile, anche in presenza di evidenze scientifiche che comprovino la diminuzione dei costi sociali e sanitari. Pertanto, i costi/investimenti per la prevenzione e il contrasto devono essere considerati costi indifferibili e in nessun modo sacrificabili."

La preoccupazione del DPA, non è verificare che una legalizzazione o una proibizione delle sostanze stupefacenti possa ridurne la diffusione; la preoccupazione del DPA è contrastare la diffusione di sostanze stupefacenti creando una macchina divora risorse, condizionata da una visione "etica" personalistica della "guerra alla droga" che, incurante delle evidenze scientifiche e sociali, tollera costi, economici ed umani (le vittime del proibizionismo), che potrebbero essere ridotti o eliminati. Di più: implicitamente rifiuta proprio la proibizione delle sostanze stupefacenti, che è proprio l' opzione che in questi anni ha previsto un aumento della disponibilità di sostanze stupefacenti a fronte di un aumento di costi sociali e sanitari.
Basterebbero già questi presupposti per licenziare in tronco il direttore del DPA, ma effettivamente, le giustificazioni di una "politica Italiana contro la droga" sono troppo enormi, per essere ignorate e non portate ad argomentare la richiesta di dimissioni. Non è accettabile che le affermazioni presenti in un documento ufficiale del governo italiano, che rappresentano la nazione a livello internazionale,  possano scartare, a causa di una "visione etica personalistica", tutto quello che è contrario a questa posizione.

Tra le tante, fuorvianti, argomentazioni, che il DPA porta a favore della proibizione delle sostanze stupefacenti, in primis la cannabis, si adottano ragioni di tipo economiche.

"Da un punto di vista tecnico-sanitario, per poterle rendere legali le sostanze stupefacenti destinate a tutti i vari tipi di consumatori (occasionali, abitudinari o dipendenti) dovrebbero essere prodotte da industrie professionali che garantiscano le necessarie caratteristiche farmacologiche, di sicurezza, stabilità e purezza per uso umano, finanziate o direttamente gestite dallo stato. Questo implicherebbe un ulteriore struttura produttiva di alto livello tecnologico ed un costo che graverebbe sul bilancio dello stato e quindi dei contribuenti."

"Significherebbe insomma finanziare un apparato statale strutturato a gestire la legalizzazione e lo smercio, al fine di creare un mercato “competitivo” per la vendita delle sostanze (rispetto a quello delle mafie e del crimine organizzato) estremamente costoso, complesso e in realtà affatto competitivo."

A prescindere dal fato che una simile industria, così descritta, potrebbe essere un volano per lo sviluppo tecnologico italiano, anche e soprattutto in campo farmaceutico; di più, una simile industria sarebbe tutt' altro che "affatto competitiva". Sempre il documento contrario alla legalizzazione recita:

"Una recente testimonianza di un ricercatore RAND ha concluso che "“I fornitori che lavorano nel mercato nero continuano a praticare la loro attività perché da essa ricavano un enorme profitto, in quanto possono coprire i costi della produzione e averne un buon margine di guadagno”."

Ma il documento fa notare la differenza che incorrerebbe tra la produzione pubblica e quella illegale:

"I costi produttivi per le organizzazioni criminali, considerate i loro bassi standard di produzione utilizzati, saranno sempre più bassi e competitivi rispetto a quelli della produzione industriale professionale che deve garantire sicurezza, qualità e stabilità del prodotto, caratteristiche che devono essere assicurate non solo per la produzione ma anche per il packaging e la distribuzione."

Ovviamente i costi per il pubblico che non permetterebbero la competitività con la malavita riguardano il packaging e la distribuzione delle sostanze. Come se non esistessero alternative tra la produzione statale e la produzione illegale, a fronte di simili forti argomentazioni economiche risulta alquanto difficile capire come mai il governo Olandese abbia autorizzato una società privata nella coltivazione di cannabis terapeutica e come questa società distribuisca cannabis terapeutica in Italia,forse, all' oscuro di Serpelloni-Giovanardi.

Quindi, oltre a lacunose argomentazioni di carattere economico, non si auspica una legalizzazione della cannabis per ragioni di tossicità.

"Le sostanze stupefacenti sono sempre sostanze fortemente tossiche, caratteristica questa che non va valutata solamente sulla possibilità di causare direttamente alti livelli di mortalità, ma anche rispetto alla possibilità di incrementare livelli di mortalità correlata ed indiretta (come per esempio da incidenti stradali, lavorativi, domestici provocati dal calo di attenzione e di riflessi, o da problemi medici da uso di droghe) e la capacità di alterare le importanti funzioni cerebrali o danneggiare le cellule neuronali e compromettere cosi lo sviluppo e la maturazione cerebrale negli adolescenti.
Pertanto, l'aumento dell'uso di queste sostanze porterebbe ad un forte incremento delle patologie fisiche e psichiatriche per i consumatori (come ampiamente dimostrato dalle evidenze scientifiche), ma anche ad un aumento dei danni a terzi."

Sembra che volutamente si vogliano ignorare tutte le ricerche in campo scientifico che smentiscono questa posizione.
Lo studio del professor Markus Leweke dell' Università di Colonia in Germania dimostra che  composti presenti nella cannbis possono essere utilizzati come antipsicotici. Questo studio è solo uno dei numerosi che rivela la possibilità che la cannabis possa essere utilizzata in campo medico e proprio a cura delle patologie citate come possibili effetti collaterali dell' uso di cannabinoidi. Il consumo di cannabis e' associato ad una maggiore capacita' cognitiva nei pazienti schizofrenici, secondo una sperimentazione clinica pubblicata sulla rivista scientifica Neuro-Psychopharmacology & Biological Psychiatry.
Gli studiosi dell'Universita' di Berlino hanno analizzato l'impatto della cannabis sulla funzione cognitiva in persone affette da schizofrenia che avevano fatto precedentemente uso di cannabis e coloro che non ne avevano mai fatto uso. I ricercatori hanno rilevato che il consumo della cannabis non e' associabile alla diminuzione delle capacita' cognitive, e coloro che avevano ammesso di aver consumato marijuana precedentemente al primo episodio psicotico, dimostrano una capacita' cognitiva superiore ai pazienti schizofrenici non consumatori.
Un altro studio della Manchester Metropolitan University in Gran Bretagna aveva gia' dimostrato che i pazienti schizofrenici che avevano consumato cannabis prima dello sviluppo della malattia posseggono migliori capacita' cognitive dopo dieci anni rispetto ai non consumatori. Come mai queste evidenze scientifiche non vengono neppure menzionate? Come mai vengono negate? Forse a causa di una visione "etica" dei problemi legati alla diffusione di sostanze stupefacenti non conforme alla realtà.

"Fumare marijuana significa assumere anche altre sostanze tossiche per l’organismo quali l’ammoniaca e l’idrogeno cianide che sono presenti in un quantitativo di 20 volte superiore rispetto a quello normalmente riscontrabile nel tabacco. Secondo uno studio della British Lung Foundation “fumare tre o quattro volte al giorno marijuana corrisponde a fumare 20 sigarette di tabacco”."


E' interessante come anche questo studio, possa essere non solo smentito, ma risulti addirittura completamente inatendibile. Lo studio della British Lung Foundation, infatti rileva come sostanze tossiche per l' organismo le sostanze che sono riscontrabili nel tabacco che viene utilizzato per fumare cannabis e all' assenza di filtri in questo tipo di utilizzo della cannabis. Il problema legato alla combustione di cannabis e tabacco è stato superato in Olanda proibendo l' utilizzo di tabacco nei coffeshop. Ancora una volta gli studi riportati risultano altamente condizionati dalla "visione etica" del DPA.
Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of the American Medical Association, il consumo episodico di cannabis non sembra causare gli stessi problemi polmonari del fumo di sigaretta. Lo studio, firmato Mark Pletcher, ricercatore della University of California, porta a delle conclusioni diametralmente opposte rispetto a quello della British Lung Foundation  proprio perchè tenendo conto della differenza tra fumo di cannabis e tabacco, evita l' influenza dell' utilizzo delle "bionde" nell' utilizzo di cannabis. Le conclusioni di questo studio affermano che un uso occasionale e cumulativamente basso di cannabis non è associato ad effetti avversi per la funzionalità polmonare.

Dunque, dopo considerzioni di carattere economico e sanitario, il DPA avanza argomentazioni di carattere pubblico sulla inappropriatezza di legalizzazione della cannabis o di qualsiasi altra sostanza stupefacente. Nel documento " Principi generali della posizione italiana contro l’uso di droghe" si fa riferimento proprio a questo:

"Contemporaneamente, azioni illegali quali la produzione, il commercio e lo spaccio delle sostanze stupefacenti, costituiscono un rilevante problema di sicurezza pubblica, di sviluppo sociale ed economico del paese a cui è necessario dare risposte concrete e permanenti in termini di prevenzione e contrasto, senza criminalizzazione delle persone tossicodipendenti per il loro uso di sostanze (così come specificatamente già previsto dalla normativa italiana in materia) in quanto portatori di malattia, ma nel contempo senza tolleranza verso lo spaccio, il traffico di sostanze, la produzione illegale e la coltivazione domestica di cannabis."

Come si concilia questa posizione con in mente la chiara idea di rendere "socialmente disapprovabile" l' uso di sostanze stupefacenti attraverso una legge "chiaramente sanzionatoria" come il decreto fini-giovanardi.

Ne "Le ragioni del perché NO alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti" vengono sviscerati i principi alla base della posizione del DPA:

"I sostenitori della legalizzazione affermano che i costi del proibizionismo -principalmente attraverso il sistema della giustizia penale– sono un grosso fardello sulle spalle dei contribuenti e dei governi. Ci sono certamente dei costi per gli attuali divieti, ma legalizzare la droga in realtà non diminuirebbe le spese del sistema di giustizia penale in quanto i problemi correlati alla produzione illegale, al traffico allo spaccio e alle atre attività criminali, non potrebbero essere concretamente essere ridotti."

Questo è quanto affermato da  Sabet K., Senior Advisor To the Director, US Office Of National Drug Control Policy (ONDCP), the White House Executive Office of the President, durante il meeting Italia-USA, davanti alla  Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma il 25-26 Luglio 2011. Nessuno studio a supporto di questa posizione, solo affermazioni ufficiali. Eppure, proprio negli USA, uno studio firmato da diversi premi nobel per l' economia ed oltre 500 economisti, stima proprio i risparmi che deriverebbero da una legalizzazione della cannabis a livello federale. Questo studio evideniza la totale inefficacia, numeri alla mano, delle politiche di proibizione sugli stupefacenti, quantificando il "danno economico" della guerra alla droga, specialmente sulla cannabis. Una legalizzazione della canabis porterebbe a risparmi per 7.7 miliardi di dollari derivanti da spese di repressione, vengono stimati in 2.4 miliardi di dollari le entrate statali di una legalizzazione della cannabis se tassata al pari di qualsiasi bene in vendita negli USA e le entrate aumenterebbero a 6.2 miliardi di dollari l' anno se venisse applicata la tassazione su alcolici e tabacco.

"Chi sostiene che legalizzare snellirebbe il sistema di giustizia penale non considera però che la legalizzazione favorirebbe l’aumento del fenomeno della criminalità e dei reati compiuti sotto gli effetti dell’uso di sostanze (come rapine, scippi, violenze): in tal caso la legalizzazione non giustificherebbe di certo l’immunità o impunità rispetto ad atti illegali agiti sotto l’influenza delle droghe che implicherebbero comunque la detenzione."

Ancora, proprio negli USA, a Seattle nel 2010, il capo procuratore Peter Holmes, dichiarò di non procedere più a perseguire penalmente il possesso di marijuana anche a seguito di una indagine istituzionale sui possibili effetti negativi della 'Initiative 75' approvata dal 58% della popolazione che allentò le misure contro i possessori di cannabis fino a 40 grammi. I risultati di questa indagine furono:
1. nessun aumento del consumo di cannabis fra i giovani e i giovani adulti;
2. nessun aumento del crimine;
3. nessun effetto negativo sulla salute pubblica.

Uno studio simile fu effettuato anche a Los Angeles; secondo chi si oppone ad ogni forma di regolamentazione della cannabis i distributori autorizzati di cannabis terapeutica incrementerebbero il tasso di criminalità nei vicinati in cui sono ubicati. Il capo della Polizia di Los Angeles, Charlie Beck dichiarò come una simile posizione sia più una percezione errata determinata da convinzioni ideologiche, che la realtà. All' epoca "Le banche hanno molte più chance di essere oggetto di rapine rispetto ai distributori di cannabis", spiegò Beck durante un incontro con i giornalisti del Los Angeles Daily News.
Beck aveva commissionato il rapporto, che offre un paragone fra banche e dispensari di cannabis terapeutica a seguito delle proteste di politici e comitati cittadini, che chiedevano maggiori restrizioni su queste strutture per evitare che accrescessero il crimine. E, con sua sorpresa, è risultato che le banche attirano quattro volte il tasso di crimine di qualsiasi dispensario. Nessuno si sognerebbe di impedire ad una banca di operare in un quartiere perché attira i criminali. Ma evidentemente, quando si parla di cannabis, le cose cambiano. Se poi si pensa che il rapporto non prende in considerazione i reati commessi in prossimità di bancomat, si capisce che i dispensari di cannabis hanno probabilità risibili rispetto alle banche di essere oggetto di attività criminali.

Le incongruenze, l' assenza di valutazioni oggettive, la prevalenza di una "eticità proibizionista" continuano nei documenti approvati dal consiglio dei ministri e firmati DPA e possono essere smentite una ad una. Una simile posizione non può rappresentare l' Italia a livello internazionale, basata semplicemente sulle valutazioni egoistiche ed egocentriche di un personaggio che non ha meriti, se non quello di mentire pubblicamente o di essere completamente disinformato sulla materia di competenza del suo dipartimento.

Per tutte queste ragioni deve essere presa in considerazione, seria ed urgente, la dismissione del "dipartimento per la propaganda antidroga", le dimissioni del dott. Serpelloni ed una rivisitazione complessiva delle politiche sulle sostanze stupefacenti in Italia, che vedano nell' oggettività il principio ispirante a sostegno di politiche di riduzione della diffusione di sostanze stupefacenti.

Politiche sulle droghe, lettera aperta al Ministro Riccardi: è ora di dismettere il DPA

sabato 1 settembre 2012

Egregio Ministro ...

Egregio Ministro Riccardi,

Noto che il responsabile dei porta carte dell' ufficio della propaganda antidroga, dott. Giovanni Serpelloni, si è prodigato nel rispondere alla lettera a Lei rivolta dal sottoscritto, in merito alla discussione della legalizzazione della cannabis.

Approfitto di quest' occasione per rinnovarLe la mia richiesta di immediate dimissioni del dott. Serpelloni dal ruolo istituzionale che dovrebbe ricoprire, per manifesta ignoranza e inadeguatezza e totale mistificazione delle informazione sul tema del quale dovrebbe occuparsi.
I dati che vengono diffusi attraverso il sito del "dipartimento per la propaganda antidroga", risultano completamente fuorvianti, totalmente incuranti degli studi che giustificano posizioni differenti dalla visione proibizionista, ignorando completamente la storia delle politiche sulla prevenzione delle dipendenze e il contrasto alla diffusione di sostanze psicotrope (tra i quali vanno incluse alcolici e tabacchi), partendo da posizioni ideologiche prive di fondamenti riscontrabili nella vita di tutti i giorni, ancor prima che da esempi storici e studi scientifici di diversa natura.

Per esempio verrebbe da portare come argomentazione a favore di politiche sulla legalizzazione almeno della cannabis, il documento presentato dalla Global Commission on Drugs Policy, tra i cui membri vale la pena di citarne alcuni: George Shultz, Javier Solana, Louise Arbour, Paul Volcker, César Gaviria, Ernesto Zedillo, Fernando Henrique Cardoso. Si va da ex presidenti di nazioni del sud america, ad un ex presidente della FED americana, fino a membri dell' ONU e della commissione Europea.
Come mai ignorare voci di risonanza internazionale chiaramente schierate a favore di politiche basate sulla tolleranza, il recupero e la prevenzione, per diffondere politiche basate sulla menzogna, l'ipocrisia e l'ignoranza?

Verrebero anche da citare degli studi economici di premi nobel all' economia che disegnano un chiaro fallimento delle politiche della cosiddetta "war on drugs". Per esmpio il Profesor Gary Becker, nobel nel 1992, si è chiaramente espresso sui costi di questa dispendiosa guerra auspicando una legalizzazione delle droghe per ridurne il consumo. Già Milton Friedman si era schierato a favore della legalizzazione delle sostanze stupefacenti illegali firmando assieme ad altri 500 economisti un appello alla amministrazione Bush Jr.
Altro autorevole economista espressosi in materia è il profesor Jeffrey Miron, insegnate presso l' università di Harvard nel dipartimento di economia. Il suo studio evideniza la totale inefficacia, numeri alla mano, delle politiche di proibizione sugli stupefacenti quantificando il "danno economico" della guerra alla droga, specialmente sulla cannabis. Una legalizzazione della canabis porterebbe a risparmi per 7.7 miliardi di dollari derivanti da spese di repressione, vengono stimati in 2.4 miliardi di dollari le entrate statali di una legalizzazione della cannabis se tassata al pari di qualsiasi bene in vendita negli USA e le entrate aumenterebbero a 6.2 miliardi di dollari l' anno se venisse applicata la tassazione su alcolici e tabacco.
Onorevole Ministro, gli esempi storici di proibizione di sotanze psicotrope sono forse la prova più eloquente della mistificazione del dott. Serpelloni.

L' attuale guerra alla droga, ha precedenti illustri, ma, apparentemente, dimenticati. La prima "guerra alla droga" fu combattuta in Cina, circa 200 anni fa, è studiata nei libri di storia, ma sembra una lacuna che suggerisco di colmare al proff. Serpelloni. La Cina, combattè ben due guerre contro l' impero Britannico al fine di impedire la vendita di oppio sul territorio orientale.
Entrambe le guerre furono perse dalla cina, con conseguenti ritorsioni economiche pesanti per l' impero Cinese.
Altra citazione storica riguarda l' esempio del proibizionismo sull' alcol, esperimento ovviamente fallito, che comportò la nascita della criminalità organizzata negli stati uniti.
Arrivando al giorno d' oggi, la situazione messicana, è emblematica  di come la repressione causi danni ben maggiori se confrontata aduna regolamentazione della vendita di stupefacenti.
I danni del proibizionismo sono di natura sociale, sanitaria, economica.

La proibizione, a livello sociale, al contrario della regolamentazione della vendita e distribuzione di stupefacenti, ha sempre dimostrato la totale inefficacia nel provenire l' uso delle sostanze illegali, trovando anzi nell' illegalità, il maggior fattore di attrazione.

A livello sanitario, la proibizione, esclude il tossicodipendente da percorsi di integrazione e recupero sociale, perchè vedendo nella dipendenza un crimine, il consumatore viene considerato criminale. Le implicazioni sulla salute sono evidenti nella diffusione delle malattie tra tossicodipendenti che non hanno accesso a strutture sanitarie per fare fronte alle loro esigenze di malati, amplificando i danni per la salute del tossicodipendente e delle persone loro vicine.

Economicamente non esistono fondamenti che giustificano le politiche proibizioniste, perchè i costi sono sproporzionati rispetto a politiche alternative; le spese derivanti dalla repressione risultano, in oltre, inutili nel perseguire l' obbiettivo di ridurre la diffusione dei consumi di stupefacenti illegali.

L' unica giustificazione a favore delle politiche proibizioniste è di opportunità politica derivante dall' ignoranza legata alla gestione delle tematiche realtive all' uso di stupefacenti. Parlare di "no alla droga" è sicuramente più facile e attraente che argomentare le implicazioni derivanti dalla proibizione; è un ritornello che può funzionare per irretire voti di persone ignoranti o non interessate all' argomento.
"Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità." In questa citazione è riassumibile l' attività politica del dipartimento per la propaganda antidroga.

venerdì 4 maggio 2012

Million Marijuana March 2012

Domani, come ogni anno, si terrà a Roma la MMM (million marijuana March).

http://www.millionmarijuanamarch.info/

Chi parlerà di questo evento, da sempre mai preso in considerazione dai media? Da anni, migliaia di persone in tutto il mondo prendono parte a questa manifestazione pacifica, ma in Italia non se ne parla. E' una manifestazione globale, forse una delle poche che veramente non guarda in faccia a colori, stili di vita, soldi, ma solo una passione condivisa per una pianta.


NELLO STESSO GIORNO A ROMA E IN ALTRE 420 CITTA' NEL MONDO PER ESIGERE:
1) LA FINE DELLE PERSECUZIONI PER I CONSUMATORI.
2) ACCESSO IMMEDIATO ALL'USO TERAPEUTICO PER I PAZIENTI.
3)DIRITTO A COLTIVARE LIBERAMENTE LA CANNABIS, PATRIMONIO DELL'UMANITA'.

SABATO 5 MAGGIO 2012, DODICESIMA EDIZIONE ITALIANA M.M.M.

DEDICATA A TUTTE LE VITTIME DEL PROIBIZIONISMO, MASSACRATE DI BOTTE IN GALERA O ANCORA PRIMA DI ARRIVARCI,
E IN PARTICOLARE A ALDO BIANZINO, DI CUI ESIGIAMO LA RIAPERTURA DEL PROCESSO PER OMICIDIO.


sabato 4 febbraio 2012

DIMISSIONI DEL DOTTOR SERPELLONI E CANDIDATURA A NUOVO DIRETTORE DPA

Gentilissimo Primo Ministro Mario Monti, gentilissimo Ministro Andrea Riccardi

Alla luce delle ultime dichiarazioni del primo ministro sulla monotonia del posto fisso, vorrei candidarmi alla dirigenza del Dipartimento alle politiche Antidroga, chiedendo le dimissioni del attuale direttore, per incapacità nel contrasto alla diffusione di stupefacenti.

Al momento, pur trovandomi felicemente impiegato, sfortunatamente tramite agenzia e con contratto a tempo determinato, sarei ben lieto di poter servire lo stato Italiano nel elaborazione di una strategia nazionale da concordare con gli altri partner europei per la riduzione del fenomeno della tossicodipendenza. Mi piacerebbe molto lavorare a tempo indeterminato nella società presso la quale sono impiegato, ma sarei altrettanto disponibile a seguire il suo consiglio sulla "mobilità" se potessi servire lo stato come direttore del DPA ben consapevole del successo che potrei portare nell' ambito della riduzione del consumo di stupefacenti.

Alla luce del nuovo tavolo Europeo al quale il ministro Riccardi si è , metaforicamente, seduto, credo che un cambio alla direzione del DPA sarebbe un segnale, oltre che auspicabile, anche di chiaro indirizzo di cambio di rotta con il fallimentare passato quarantennale di "guerra alla droga" che ha portato ad una diffusione endemica delle sostanze stupefacenti illegali arricchendo in maniera mostruosa i criminali.

La mia proposta è seria e sarei lieto se venisse presa in considerazione.

Approfitto per salutarVi cordialmente

martedì 10 gennaio 2012

Seconda lettera al primo ministro Mario Monti

Monti il Padrino
Gentilissimo Primo Ministro,

E' notizia odierna il giro d' affari della malavita Italiana. La liquidità della malavita è data dal traffico di stupefacenti, un mercato stimato attorno ai 70 miliardi di euro l' anno.

Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Lancet, stima tra 149 e 271 milioni i consumatori di stupefacenti nel mondo, ma il numero potrebbe essere sottostimato, secondo la ricerca. Gli esperti hanno stimato che del totale di coloro che usano droghe, 125-203 milioni sono "habitue' della cannabis". La cannabis è lo stupefacente illegale più diffuso al mondo e tra i meno pericolosi in assoluto, al punto che sono numerosi gli studi medici sul possibile impiego dei principi attivi contenuti in questa pianta; dall' alzhaimer, al glaucoma, alla sclerosi multipla, ai tumori, ai disordini mentali.

L' Europa ha diversi esempi di eccellenza in campo legislativo, per quanto riguarda la regolamentazione della canapa; dall' Olanda, al Portogallo, dalla Repubblica Ceca alla Germania l' utilizzo terapeutico della cannabis è tollerato e anche la ddetenzione per uso personale e la coltivazione sono depenalizzati. Questo comporta un minor aggravio dei costi sociali del uso di stupefacenti sulla società, attraverso un minor carico di provvedimenti sul sistema giudiziario, un minor carico sul sistema carcerario (basti pensare che in Italia il 30% dei carcerati è tossicodipendenti e un trattamento sanitario di questa patologia, la tossicodipendenza appunto, farebbe completamente rientrare quello che è il "problema carceri"), una maggiore efficienza dell' uso delle forze dell' ordine che non sarebbero più impiegate a reprimere comportamenti individuali, ma focalizzati allo smantellamento delle reti criminali, solo per citare alcuni aspetti positivi.

L' Italia ha il triste primato di essere la culla della più imponente "industria criminale", le cui fondamenta economiche sono il traffico di stupefacenti, in primis la cannabis. I dati sulla diffusione di sostanze illecite nel "Bel Paese" sono drammatici. Se in Italia il consumo di cannabis in periodo scolastico si aggira attorno al drammatico dato del 20%, in un paese come l' Olanda questo dato si colloca attorno all' 8%. La cosa più drammatica è il costante aumento della diffusione dell' utilizzo, a fronte di un maggiore impegno delle forze dell' ordine. Dopo 40 anni di proibizionismo questa crisi economica dovrebbe essere anche un occasione per potere aprire gli occhi sul totale fallimento della proibizione.

La situazione in Italia è tragica. Il dipartimento delle politiche antidroga sembra più un dipartimento di propaganda di stampo nazional-socialista, dove il detto del ministro della propaganda tedesca sotto il 3° reich, Joseph Goebbels,  “Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità”, ha reso l' Italia un paese disinformato. Questa disinformazione ha creato una asimmetria tra i "consumatori" e i "non consumatori", facendo credere a questi ultimi che solo attraverso la repressione legislativa e poliziesca si possano ottenere risultati al fine di diminuire l' utilizzo di stupefacenti. Sfortunatamente, una bugia è una bugia e l' esponenziale diffusione del consumo di stupefacenti e dello strapotere del crimine organizzato sono le più importanti, evidenti e dannose evidenze per la società.

Alla luce di tutte queste considerazioni, colgo l' occasione per porgerle l' invito a tracciare una netta linea di distacco dal precedente governo chiedendo le dimissioni del Capo del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, Giovanni Serpelloni, anche a fronte dell' impegno internazionale che l' Italia dovrà affrontare in Marzo partecipando alla 55esima conferenza internazionale dell' ONU sulle droghe.

Serve una politica nuova, europea, basata sui risultati di eccellenza che altre nazioni, nostre sorelle, hanno ottenuto e replicarle.

Ben consapevole dei forti impegni istituzionali che gravano su questo governo, sarei comunque felice che in futuro qualche cosa possa essere fatto dal Suo governo.

Sarei ben lieto, un giorno, di potere affrontare l' argomento approfonditamente.

La ringrazio e la saluto cordialmente

domenica 1 gennaio 2012

Lettera al ministro con delega sulle tossicodipendenze: una proposta di dialogo

Genitilissimo Ministro Riccardi,

Le scrivo in quanto responsabile con delega sulle tossicodipendenze del Governo Monti. Confrontandomi da anni nello spinoso tema della cosiddetta "war on drugs", trovo che, la possibilità di un governo tecnico come quello del quale Lei fa parte, possa essere una grande occasione per cambiare l'approccio fallimentare che, con il fortunatamente ormai ex sottosegretario Giovanardi, ha trovato il suo apice negativo, ma che con il Dr Serpelloni trova ancora un pesante e nocivo strascico.

Leggendo la sua biografia, pubblicata sul sito del governo, è evidente il suo impegno per la pace, per la salute pubblica e per il dialogo. Per questo mi piacerebbe che potesse entrare, nel dibattito pubblico, l' abbandono dell' approccio intolleranate e criminogeno della proibizione delle sostanze illegali, su tutte la cannabis.

A questo riguardo vorrei porre alla sua attenzione un tema, quello della cosiddetta "guerra alla droga", poco e male dibattuto in Italia. Se, infatti, all' amministrazione di G.W.Bush un folto gruppo di ben oltre 500 economisti, tra cui Gary Backer e Milton Friedman, presentò un piano di legalizzazione e tassazione delle sostanze psicotrope illegali, in Italia, neppure si è accennato del Rapporto, datato Giugno 2011, della Global Commission on Drugs. Questa commissione è formata sulla esperienza di successo della Latin American Commission on Drugs and Democracy promossa dagli ex presidenti Fernando Henrique Cardoso (Brasile), César Gaviria (Colombia) e Ernesto Zedillo (Messico), a cui fanno seguito George Shultz (segretario di stato degli USA), Javier Solana, Kofi Annan, John Whitehead, Paul Volcker solo per citarne alcuni, di cui lei ha sicuramente sentito parlare, se non avuto la possibilità di conoscere di persona. I risultati di questo rapporto, di respiro internazionale, frutto di competenze trasversali (si parla di risultati in campo economico, sociale, sanitario, di ordine pubblico) suggeriscono come almeno una regolamentazione controllata della vendita della cannabis e dei suoi derivati potrebbe favorire una riduzione della diffusione dell' uso di stupefacenti e, come conseguenza diretta, la diminuzione di malattie trasmissibili e della criminalità.

Vorrei "argomentarle", con maggiori informazioni uil fallimento della "guerra alla droga", anche a fronte di ricerche personali raccolte negli ultimi cinque anni, in cui ho dedicato una parte importante del mio tempo alla trattazione dell' argomento, ma non essendo sicuro nè che lei leggerà questa e-mail, nè che arriverà a questo punto di questa missiva, sarei lieto di rimandarla al mio personale Blog (Scrivi al tuo direttore) nel quale sono raccolti scritti, pubblicati e non, sul tema, tra cui una lettera, presente nell' archivio dell' Istituto superiore della sanità; il linguaggio è scorrevole, ironico ma sempre ricco di contenuti e spunti approfonditi di riflessione.

Ben consapevole degli impegni istituzionali pressanti che è portato a svolgere, facendo riferimento alla sua carica istituzionale, volta a gestire la "Res Pubblica" con la maggior efficacia, sarei lieto di un suo interessamento sulle tematiche che ruotano attorno alla fallimentare "guerra alla droga", nella speranza che questa politica possa essere finalmente superata ed archivita all' insegna della tolleranza e del dialogo, con l' augurio di un cortese riscontro.

La saluto cordialmente e la ringrazio.

martedì 13 dicembre 2011

Il mio primo articolo

Cannabis terapeutica, regolamentarla per colpire criminalità e creare nuove entrate fiscali
19 agosto 2010 12:17

 I soldi in Italia scarseggiano. Le amministrazioni comunali e regionali piangono miseria per la manovra "correttiva" imposta dall'amministrazione nazionale, così i fornitori degli enti, in diverse zone d'Italia, lamentano ritardi nei pagamenti.
A cascata, se le imprese non ricevono i soldi per i servizi effettuati, si ritrovano in situazioni di stress finanziario che possono portare a politiche di tagli sui compensi, ritardi nell'erogazione di premi aziendali, blocco delle assunzioni, fino a condurre le imprese a tagli del personale. Così si distrugge ricchezza, le persone lamentano meno soldi e si sorvola sul fatto che solo il 40% degli Italiani quest'anno ha deciso di andare in vacanza.
In Italia, la "coperta" dei fondi a disposizione degli Italiani è stretta. Nonostante ciò i consumi di stupefacenti, non si riducono. Il mercato illegale degli stupefacenti sarebbe una formidabile fonte di liquidità, che le amministrazioni regionali potrebbero regolamentare. Ma qual è la dimensione del fenomeno? Quali gli spazi normativi? Quali risultati ci si potrebbero attendere?
Secondo il rapporto "sos impresa", redatto da Confesercenti, le organizzazioni criminali hanno fatturato, nel 2007, anno dello studio, 70 miliardi di euro; che moltiplicati per 40 anni di proibizione fanno un importo di 2.800 miliardi di euro. Un importo quasi doppio rispetto al debito pubblico italiano.
La cannabis, che è la sostanza stupefacente più diffusa e tra le meno dannose, potrebbe essere regolamentata come medicinale dalle regioni. La Puglia è un esempio virtuoso di come la regolamentazione della distribuzione di cannabis terapeutica sia un modello di controllo sugli stupefacenti applicabile anche in Italia.
Si potrebbe fare anche di più. Se infatti la legislazione internazionale dell'ONU consente la distribuzione, a scopi terapeutici, della cannabis e in varie parti del mondo si sono dimostrati efficaci diversi metodi di regolamentazione di distribuzione della sostanza, il caso pugliese dimostra la possibilità di garantire accesso al medicinale "legalmente" anche in Italia. Proprio in Italia si potrebbero seguire gli esempi di successo di regolamentazione della cannabis e stabilire un nuovo criterio di eccellenza nella distribuzione della sostanza. Sull'esempio dei "pot clubs" Californiani, perchè non regolamentare la distribuzione di cannabis terapeutica in circoli sanitari privati?
Una proposta che andrebbe nella direzione di tutelare la salute della collettività e che dovrebbe prevedere la distribuzione, sotto ricetta medica, della sostanza, esattamente come avviene nei 14 stati dell'unione nord americana. Le moderne tecnologie e infrastrutture dell'information technology, potrebbero essere utilizzate per il controllo, sotto supervisione delle strutture sanitarie pubbliche, della diffusione della sostanza solo alle persone in terapia nei circoli sanitari privati.
In questo modo si riuscirebbe a tenere sotto controllo il problema della diffusione di cannabis sotto il profilo sanitario e questo permetterebbe una più facile ricognizione di casi di abuso (attraverso il dialogo medico paziente in sede di rilascio di autorizzazione alla somministrazione) e permetterebbe un efficace e puntuale individuazione della problematica individuale e percorsi di recupero. Questo garantirebbe entrate per gli enti amministrativi, creazione di nuovi posti di lavoro e nuove infrastrutture telematiche sanitarie; ridurrebbe e separerebbe i mercati illegali degli stupefacenti e intercetterebbe proprio i consumatori della sostanza più diffusa. Si verificherebbe una chiara distinzione tra lo spaccio di sostanze e garantirebbe alle forze dell'ordine una più agevole ed efficace azione nel contrasto della diffusione di sostanze stupefacenti illegali.
Una politica volta al controllo sanitario della distribuzione della cannabis avrebbe dunque numerosi risvolti positivi che, in questo periodo di cambiamento sociale e crisi economica, renderebbe più efficace l' attività di gestione della cosa pubblica.

09/11/2009 I politici al test antidoping

Egregio direttore, c'è un gran parlare attorno al test "antidoping" ai politici. Un test che, francamente, trovo inutile. Perchè un politico che facesse bene il suo lavoro,ma fa uso di stupefacenti, dovrebbe essere discriminato? Si può dire che i politici che sbandierano tanto la "verginità" sulla droga, lavorino meglio di quelli che magari ne fanno uso? Perchè dovrei condividere il pensiero del politico di turno che non fa uso di droga, ma è corrotto fino al midollo?
La relazione tra classe politica e malavita è ormai un dato di fatto. Questa relazione è tenuta "viva" dal rapporto economico instauratosi tra i due soggetti.
Se infatti la malavita si finanzia prevalentemente dal traffico di droga (stimato attorno al settanta per cento dei proventi dei traffici illegali), i soldi con i quali si corrompe la politica derivano,quindi, prevalentemente dal trafico di sostanze illegali.
La copertura della politica a questo "accordo" è il proibizionismo di facciata. Quello dei duri e puri contro la droga, ma che venderebbero la moglie pur di accaparrarsi voti, anche se provenienti da ambienti dubbi. In questo caso non vendono la moglie, ma rinnegano l' evidenza: così la droga deve essere illegale e loro devono sembrare "puliti".
Se un tempo esisteva l' omertà sull' esistenza della malavita, adesso esiste l' omertà sui rapporti tra politica, malavita e guerra alla droga. Lo sconfitto? Il cittadino. Che continua a credere che la "droga" deve rimanere illegale.
Non si distingue così tra droghe. e si rinnegano anche le conoscenze scientifiche. E' il caso accaduto in Inghilterra. Come ricorda il quotidiano britannico The Times,dopo il licenziamento di David Nutt, presidente della commissione consultiva del governo britannico sulla regolamentazione delle droghe. La motivazione? Licenziato per aver espresso un'opinione sulla maggiore pericolosità di alcool e tabacco rispetto ad alcune droghe, droghe non in linea con la politica del governo.

domenica 4 dicembre 2011

06/12/2007

Italia? 

Egregio direttore, la gazzetta riporta di una giovane che si prostituiva, che è stata picchiata selvaggiamente. A rendere più schoccante la vicenda, il fatto che fosse minorenne. Alla luce di un simile avvenimento non si può che ricordare l' "illuminata" disposizione comunale che multa prostitute e clienti. Oltre agli "incredibili" risultati in termine di "prevenzione" ( undici multe in una settimana) ecco gli ultimi risultati di una norma "beffa": chissà se la povera ragazza sarà anche stata multata oltre ad avere preso un sacco di botte.
Ecco i risultati della "guerra" lanciata dal comune alla prostituzione: undici multe e una minorenne all' ospedale.
Alla luce di questo non sarebbe il caso di gestire l' affare a livello comunale, attraverso l' affitto di locali dedicati e la "messa in regola", attraverso la contrattualizzazione, del meretricio?
Oppure Olanda?
Tanto la prostituzione casalinga non sarà minimamente toccata dal provvedimento approvato di recente dalla giunta e tutti i "buoni propositi" dell' assessore Monteverdi, lanciati anche sulla Gazzetta, cadranno nel vuoto. La prostituzione ci sarà sempre, che la giunta lo voglia o no. Un atteggiamento concreto sarebbe molto più apprezzabile della solita caccia alle streghe.




Egregio direttore, finalmente è stato approvato un piano contro la droga. Eravamo l' unico stato, oltre a Malta, in Europa, a non avere preso provvedimenti contro il fenomeno.
In oltre, proprio in questi giorni, è uscito il rapporto 2007 dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt). Da questo rapporto emerge come le politiche più "tolleranti" europee (apertura verso le «droghe leggere», ambulatori e nuclei mobili che distribuiscono siringhe sterili, terapie al metadone, ecc.), risultino più efficaci nel contrastare la diffusione di droga, a livello sociale, di quanto il proibizionismo duro e puro riesca in America.
Alla faccia di chi ritiene "comico e tragico" affermare che la proibizione è la maggiore causa della diffusione degli stupefacenti e che la repressione è l' unico strumento per contrastare la diffusione di sostanze psicotrope illegali.

Storia economica di un fallimento premeditato: il proibizionismo. Capitolo 1, prima parte

«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.»

Joseph Goebbels

Capitolo 1

Storie di proibizione
La proibizione sulle droghe, è storia più vecchia di quello che si possa credere e, farla risalire agli ultimi decenni del ventesimo secolo, può risultare riduttivo per una trattazione degli improbabili successi della proibizione e dei numerosi danni che i divieti sulla vendita, produzione ed uso delle sostanze stupefacenti hanno creato.
La civiltà sembra avere dimenticato la prima guerra alla droga moderna, che vide opposte due imperi economici; l' impero Cinese da una parte, cui guerra alla droga segnò l' inizio del declino, e l' Inghilterra dell' 1800, che permise all' occidente di aprirsi le porte del oriente.
Questa guerra, ricordata ormai solo nei libri di storia delle superiori e spesso trascurata, trovò contrapposti due imperi che, oggi, immemori delle guerre passate, si vedono impegnati nella repressione della droga con risultati decisamente scadenti. La guerra si svolse in due periodi distinti e vide impegnate Cina ed Inghilterra nel periodo tra il 1839 e il 1860.
Nel 1729, l' imperatore Yongzheng, sancì il divieto di vendita e di uso dell' oppio, data la crescente diffusione della sostanza, ma ne consentì l' importazione solo per uso medico.
A seguito del assunzione del controllo del Bengala nel 1757 da parte della corona brittannica, le potenze occidentali videro nel commercio d' oppio una opportunità economica che sarebbe potuta servire a bilanciare le forti importazioni di the, seta e porcellana che dall' asia finivano in europa e che creavano forti deficit commerciali.
In questo periodo il commercio d' oppio era fiorente e assicurò all' occidente, attraverso il controllo della produzione dello stupefacente da parte della Compagnia delle indie orientali il monopolio della produzione.
La prima guerra dell' oppio scoppiò nel 1839 e terminò il 1842 con il trattato di nanchino che vide la vittoria della potenza importatrice di “droga”, gli Inglesi, e l' imposizione delle loro condizioni: apertura di nuovi porti alle potenze occidentali, il libero accesso all' oppio e altri prodotti con basse tariffe doganali e la cessione di Hong Kong all' impero inglese. Iniziò da allora il declino del potere cinese . Si aprìrono per l' occidente le porte alla asia e le mire espansionistiche occidentali si concretizzarono nella seconda guerrda dell' oppio del 1856 che terminò con il trattato di pechino. In questa occasione si costrinse la cina a pagare un indennità più pesante rispetto alla precedente guerra e dovette aprire altri porti e garantire l' accesso e la libera circolazione a mercanti e missionari stranieri; le potenze occidentali ottennero anche l' esenzione doganale e il libero accesso alla rete fluviale.

02/08/2007

Egregio direttore, finalmente qualcuno ha portato alla luce che la droga è un problema sociale con un costo.
Secondo la "Relazione sulle sostanze stupefacenti" 2006 redatta dal ministero per le solidarietà sociali, i costi sociali legati all' uso di sostanze stupefacenti rusultano pari a dieci miliardi e cinquecento milioni di euro, lo 0,7 per cento del Pil e all'1,2 per cento della spesa delle famiglie residenti. Il valore è calcolato sommando i costi per l'acquisto delle sostanze e per l'applicazione della legge (65%), i costi sociali dell'intervento socio-sanitario (17 per cento) e i costi legati alla perdita di produttivita' il (18 per cento).Si tratta di circa 269 euro pro capite se si considera la popolazione residente in Italia tra i 15 e i 64 anni di eta'.Nella Relazione 2006 emerge che per l'acquisto delle sostanze sono stati spesi 3 miliardi e 980 milioni, 2 miliardi e 798 milioni per l'applicazione della Legge: costi delle Forze dell'Ordine, quelli delle attivita' dei Tribunali e delle Prefetture in merito alle segnalazioni e alle denunce, parte dei costi dell'Amministrazione Penitenziaria e infine i costi legali sostenuti dalle persone sottoposte a giudizio.Ecco a quanto potrebbe ammontare il "costo dell' overdose".
Partendo dal presupposto che, mi pare, il sig. Angelo Martelli consideri pericolose ugualmente tutte le sostanze (nonostante le droghe non siano affatto tutte uguali; conosce per caso, il sig. Martelli, dei morti per cannabis?), si potrebbe fare lo stesso discorso economico tenuto da oltre cinquanta (50) economisti, tra cui vari premi Nobel per l' economia, a sostegno di una totale legalizzazione delle droghe ed una loro eventuale tassazione; infatti, in questo modo, i "costi sociali dell' overdose" verrebbero sgravati di circa il 30% relativo ai costi per l'applicazione di una legge proibizionista fallimentare; applicando una tassazione fortemente progressiva sulle sostanze in base alla loro pericolosità sociale si coprirebbero una gran parte dei costi relativi a "interventi socio-sanitari e perdità di produttività". In somma, a seguito dei risparmi in repressione e ai proventi dalla tassazione sugli stupefacenti, i costi sociali dell' "overdose" verrebbero, si dice in economia, completamente "internalizzati". Il sig. Angelo Martelli sarebbe felice di non dover più spendere soldi per pagare "lo sballo altrui"?
Vorrei in oltre fare un piccolo appunto riguardo alle "conoscenze dei bambini", cui il sig. Martelli fa riferimento, a proposito delle "droghe": secondo un recente studio della Onlus "Modavi", i bambini vengono a contatto con le droghe e l' alcol già a dieci (10) anni e questi bambini non sono assolutamente in grado comprendere la pericolosità delle diverse sostanze.
Se legalizzando, il costo sociale della droga ricadesse solo sui tossicodipendenti,come potrebbe il sig. Martelli non essere favorevole ad un simile provvedimento?

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